Riflessioni sull'Accordo di Parigi - COP21

Riflessioni sull'Accordo di Parigi - COP21

COP21, uno strumento inappropriato

Troppi interessi contrapposti in un'assise di 193 paesi - di G.B. Zorzoli

 (Staffetta.it) La più efficace sintesi della COP21 l'ha fornita George Monbiot sul Guardian: “i risultati di Parigi sono i migliori che abbiamo conseguito finora. E questo è un terribile atto d'accusa”. La scelta di chi mettere sul banco degli imputati è molto ampia, ma forse è meglio chiedersi se un'assise di 193 paesi, dove si decide praticamente all'unanimità, sia lo strumento appropriato a varare una roadmap non generica per una transizione che, sotto il profilo economico, sarebbe estremamente complicata anche se riguardasse un solo paese: figuriamoci in presenza di interessi molteplici, in contrasto tra loro. Per di più non solo economici. Ad esempio, alcune aree del mondo – fra cui il Mediterraneo, l'Africa nera, la parte centro-occidentale degli Usa, l'India, tutte le isole di piccole dimensioni – soffriranno maggiormente gli effetti del riscaldamento atmosferico; altre, collocate molto a nord, ne trarrebbero forse qualche vantaggio.

Partiamo allora da un primo dato di fatto: 160 degli Stati presenti a Parigi sono collettivamente responsabili di meno del 10% delle emissioni globali di gas climalteranti; invece Stati Uniti, Cina, India, Unione europea ne producono il 75%. Tuttavia, mentre gli agricoltori del Midwest americano incominciano a preoccuparsi per la perdita di produttività dovuta all'aumento medio della temperatura, non possiamo aspettarci analoga reazione da parte del contadino indiano, che vive sotto la soglia della povertà e spesso è privo di elettricità. Sono differenze sostanziali, che trovano la loro rappresentazione sintetica nelle emissioni pro-capite e influenzano le scelte politiche dei relativi governi.

Decisioni realmente efficaci sugli strumenti di contrasto al cambiamento climatico non possono però essere prese senza coinvolgere anche nazioni, come l'India, che hanno un non trascurabile peso geopolitico. Oltre ai quattro principali emettitori, rientrano in questa categoria gli altri partecipanti al G20 che, come Russia, Argentina, Brasile, Messico, Turchia, Australia e Sud Corea, hanno interessi minimamente più omogenei (non altrettanto non si può ad esempio dire dell'Arabia Saudita).

Non necessariamente in modo formale, in quanto membri del G20 (come propone invece un paper della Brookings), questi paesi (o almeno una loro parte significativa) potrebbero costituire un gruppo di lavoro per individuare obiettivi condivisi e gli strumenti in grado di garantirne la realizzazione. Se vi partecipassero anche i ministri dell'economia, cioè i grandi assenti nelle COP, sarebbe ad esempio possibile convenire su applicazioni del “carbon pricing”, differenziate sia regionalmente che temporalmente.

La presentazione alle future COP delle conclusioni, anche se parziali, raggiunte in tale sede, avrebbe un impatto positivo sulla disponibilità ad assumere impegni minimamente vincolanti da parte dei paesi con minore peso economico e ridotto contributo alle emissioni. Verrebbe infatti meno l'accusa alle nazioni più sviluppate di non dare per prime il buon esempio; accusa oggi legittima, che tuttavia rappresenta anche un comodo alibi.

A chi spetta il compito di proporre un'iniziativa del genere? L'ideale sarebbe l'Onu, ma è impensabile che possa farsi promotrice di azioni al di fuori delle COP. Viceversa, le ambiziose politiche energetico-climatiche, enunciate in molti documenti di Bruxelles, non potrebbero avere migliore implementazione dell'avvio, da parte dell'Ue, di consultazioni per verificarne la fattibilità. Purtroppo è lecito qualche dubbio sul consenso a un simile decisione da parte di alcuni Stati membri e sulle perplessità di altri, timorosi di vedere messa in discussione la propria autonomia decisionale.

Gli altri due potenziali promotori, Stati Uniti e/o Cina, sembrano troppo soddisfatti dei (non) risultati conseguiti a Parigi per mettersi a disturbare il cane che sonnecchia.

Solo se si allargheranno ad altri soggetti le posizioni già assunte da molte imprese, preoccupate delle future ricadute negative sul loro business per il riscaldamento globale, e crescerà la pressione dell'opinione pubblica, in diversi paesi sviluppati oggi insufficiente, si potrà archiviare l'amaro commento di Laurence Tubiana, membro della delegazione francese alla COP21: “Il cambiamento climatico riguarda gli ecosistemi. I negoziati sul cambiamento climatico riguardano gli ego-sistemi”.

Qualche riflessione sull'Accordo di Parigi della COP21

Ambiente e cambiamenti climaticib  - di Luigi De Paoli

(Staffetta.it) Una guida del professor Luigi De Paoli alla lettura dei risultati raggiunti alla ventunesima Conferenza delle parti, per aiutare a capire se si può essere soddisfatti o insoddisfatti dell'Accordo di Parigi . “La sua realizzazione – osserva De Paoli – sarà un altro discorso”.

L'Accordo di Parigi (AP) con il quale si è chiusa la ventunesima conferenza delle parti (COP21) per la lotta ai cambiamenti climatici si presta, come sempre nel caso di compromessi, a giudizi contrastanti. Chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno dice che si è fatto un deciso passo avanti. Chi guarda al bicchiere mezzo vuoto dice che l'AP è del tutto insufficiente per garantire di raggiungere l'obiettivo che si prefigge.

Il testo finale della Conferenza è composto da 32 pagine ed è diviso in due parti: un preambolo di 20 pagine e il testo del “Paris Agreement” che contiene 29 articoli. Esaminiamone i contenuti più importanti.

Anzitutto l'art. 2 indica per la prima volta in un testo avente valore di impegno internazionale che l'obiettivo di fondo è quello di “mantenere l'incremento della temperatura ben al di sotto di 2°C rispetto al periodo preindustriale e di sforzarsi di non superare 1,5°C” (art. 2).

Lo strumento (e lo scoglio) fondamentale per raggiungere tale obiettivo rimane ovviamente la riduzione (mitigation) delle emissioni. L'AP stabilisce (art. 4) di continuare con il metodo con cui si è giunti alla COP21: ogni paese “dovrà preparare, comunicare e mantenere” il suo contributo nazionale di riduzione (INDC o NDC) anche in futuro e lo aggiornerà ogni 5 anni. La novità fondamentale è che l'affermazione che i successivi INDC potranno essere solo più ambiziosi di quelli presentati in precedenza. Si tratta di un modo intelligente di aggirare l'ostacolo sul carattere “vincolante” degli impegni: ogni Paese fa le sue scelte, ma non può più tornare indietro (anche se è prevista la possibilità di uscire dall'accordo).

Un punto chiave dell'AP riguarda la “trasparenza dell'azione e del sostegno”. Da anni i detrattori del Protocollo di Kyoto sostengono che la mancanza di un sistema di “monitoraggio, rendicontazione e verifica” (MRV) inficia le valutazione dei risultati ottenuti in molti paesi privi di un serio sistema di misura e controllo delle emissioni. Per superare il rifiuto dell'ingerenza esterna sull'MRV da parte di molti paesi in via di sviluppo (PVS), la diplomazia ha saputo trovare la soluzione di cambiare denominazione di questa attività (chiamandola “trasparenza” e non MRV) e di abbinare alla “trasparenza dell'azione” quella sull'effettivo “supporto” che i Paesi sviluppati si impegnano a fornire a quelli in via di sviluppo. Per quanto riguarda la trasparenza dell'azione, i Paesi dovranno comunicare “regolarmente” informazioni sulle loro emissioni nonché sui progressi fatti nella realizzazione del loro NDC, lo stesso dovranno fare i Paesi sviluppati per quanto riguarda la “trasparenza del supporto”. Entrambe le comunicazioni saranno poi sottoposte a una “revisione tecnica di esperti” e, in prospettiva, saranno elaborate Linee guida apposite (art. 13).

Un altro elemento di novità che vale la pena sottolineare, riguarda gli accordi internazionali per rispettare i propri NDC. L'art. 6 prevede (come nel Protocollo di Kyoto) che si possa calcolare come riduzioni proprie la riduzione delle emissioni realizzata in un altro Paese, ma a condizione che il Paese dove si verifica la riduzione delle emissioni non le conteggi tra quelle che servono per rispettare il proprio NDC. In questo modo dovrebbero essere evitate situazioni imbarazzanti come quella della Cina che è stato il Paese che più ha aumentato le proprie emissioni, ma allo stesso tempo è stato anche il Paese da cui hanno avuto origine quasi il 60% dei permessi internazionali di emissione generati attraverso i CDM (Clean Development Mechanisms)

Per quanto riguarda gli aiuti finanziari che i Paesi poveri e quelli in via di sviluppo hanno chiesto a gran voce, nel preambolo si afferma che, prima della conferenza del 2025, bisognerà “fissare un nuovo sforzo collettivo quantificato al di sopra del valore minimo di 100 miliardi di dollari annui”, ma nel testo dell'AP non ci sono cifre, ma solo l'affermazione del principio che devono “rappresentare un progresso rispetto agli sforzi (promessi) precedenti” (art. 9).

Infine va segnalato che l'AP diventerà efficace solo dopo che lo avranno ratificato almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali (in analogia a quanto previsto dal Protocollo di Kyoto) (art. 21) e che prevede un aggiornamento e verifica (“stocktake) nel 2023 e poi ogni cinque anni (art. 14).

Il breve e parziale riassunto che abbiamo fatto consente, speriamo, di capire perché si può essere soddisfatti o insoddisfatti del testo dell'Accordo di Parigi (la sua realizzazione sarà un altro discorso).

Il primo motivo di soddisfazione deriva dal fatto che si sia giunti a un accordo politico generale, cioè che ingloba sia paesi sviluppati che in via di sviluppo, con un impegno a limitare (non ridurre) le proprie emissioni. Se ci fosse stato un nuovo fallimento dopo il tentativo fatto a Copenhagen nel 2009 questo sarebbe stato una pietra quasi tombale sulla possibilità di ricercare un accordo politico multilaterale (quasi) globale (come ha sottolineato Ban Ki-moon) nella lotta ai cambiamenti climatici. Il secondo motivo di soddisfazione è che indubbiamente ci sono stati dei passi in avanti su punti importanti: non si parla di impegni vincolanti, ma i programmi di azione successivi non potranno mai essere meno ambiziosi dei precedenti e, pur con una certa ambiguità, è stato introdotto un principio di rendicontazione. Infine la strada seguita è quella degli impegni di riduzione fissati in modo decentrato, cioè a livello nazionale, e quindi con una maggiore probabilità che ci sia un impegno a rispettarli e con un maggiore coinvolgimento. A tal proposito nel preambolo si dà rilievo anche agli sforzi fatti da “società civile, settore privato, istituzioni finanziarie, città e altre autorità subnazionali” che sono sempre più coinvolti nella lotta ai cambiamenti climatici.

A coloro che vogliono vedere il bicchiere mezzo vuoto non mancano certo gli argomenti. Anzitutto l'Accordo da ratificare può apparire “troppo politico”, cioè contiene molte aree di ambiguità che dovranno essere chiarite. La prima ambiguità è nel nome stesso: “accordo” è cosa diversa per esempio da Protocollo (come a Kyoto), cioè è qualcosa che non ha un valore giuridicamente vincolante (e d'altra parte non è prevista alcuna sanzione per il mancato rispetto degli impegni). Una seconda critica riguarda il metodo per determinare gli impegni: ognuno ha fatto le sue “promesse”. E' chiaro che in questo modo è difficile che ci si spinga molto più in là della tendenza naturale o di ciò che è già conveniente fare. L'esempio tipico è quello cinese: la Cina ha promesso di cominciare a ridurre le emissioni entro il 2030, mantenendo quindi ampi margini di libertà e soprattutto le sue promesse non vanno molto al di là del suo interesse urgente a limitare le emissioni di altre sostanze inquinanti, associate ai gas serra, che rendono invivibile la vita nelle grandi agglomerazioni cinesi.

Ma la critica maggiore riguarda lo iato tra la dichiarazione dell'obiettivo e gli impegni presi. Con un tipico effetto deformante della comunicazione politica, il grande pubblico ha recepito che a Parigi si è deciso di limitare l'aumento della temperatura al massimo entro due gradi, ma è così solo nelle aspirazioni, non nei fatti. Il preambolo dell'Accordo, infatti, sottolinea “con seria preoccupazione il bisogno urgente di affrontare il rilevante gap tra le promesse aggregate delle Parti in termini di emissioni globali di gas di serra al 2020 e i percorsi di emissione aggregata coerenti con il mantenimento dell'incremento della temperatura ben al di sotto di 2°C rispetto al periodo pre-industriale e al perseguimento degli sforzi per limitare l'aumento della temperatura a 1,5 °C”. A tale proposito, poco prima dell'inizio della COP21 l'UNFCC ha pubblicato i risultati dell'analisi degli INDC ricevuti. Da tale analisi risulta che: a) le riduzione delle emissioni rispetto alla crescita tendenziale al 2025 e al 2030 è modesta (dell'ordine del 6-8%); b) l'andamento delle emissioni è comunque largamente superiore al limite richiesto per rientrare nell'incremento di due gradi (anche accontentandosi di una probabilità del 50% di riuscirci).

In conclusione, alla domanda se dopo l'accordo di Parigi siamo davvero in grado di dire che c'è un impegno internazionale per cercare di limitare l'incremento della temperatura entro due gradi, non si può che rispondere negativamente. Tuttavia in questo caso preferiamo l'atteggiamento positivo di chi dice: solo credendo di poter conseguire un traguardo ci si può impegnare per raggiungerlo.

L'Accordo di Parigi era dunque una condizione imperativa per continuare ad agire e c'è da augurarsi che ciò accada sempre più grazie alle decisioni governative, ma soprattutto per un insieme di iniziative diffuse di città, imprese e istituzioni finanziarie. Solo così, e augurandosi che i modelli previsivi del legame concentrazione di gas serra in atmosfera-aumento della temperatura sbaglino per eccesso, si può sperare di “prevenire pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico” come recita l'obiettivo della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici.

P.S. La lettura dell'AP e la stessa COP21 suggeriscono due annotazioni a margine. Ogni anno dal 1995 si tiene una Conferenza mondiale per la lotta ai cambiamenti climatici in quanto così prevede la Convenzione quadro. A Parigi quest'anno erano attese 50.000 partecipanti. Alla fine gli iscritti sono stato “solo” poco più di 5.000 (forse anche a causa degli attentati). Siamo sicuri che faccia molto bene al clima questo massiccio spostamento annuale di persone? Non si potrebbe modificare questa disposizione e ridurre la frequenza degli incontri? La seconda annotazione riguarda l'alto numero di Comitati, “Subsiadiary bodies”, gruppi di lavoro, ecc. previsti per la gestione di tutte le numerose disposizioni previste in questi accordi. C'è ormai un'eco-burocrazia sempre più difficile da contenere e che costa non poco. Lascia un po' di amaro in bocca il fatto che la fine del preambolo dell'AP non sia sull'urgenza dell'azione, ma sulla “urgenza di rendere disponibili fondi addizionali” per far funzionare la macchina amministrativo-burocratica.